ArteInVista: Artisti & Opere d'Arte

Recensioni dell'artista Angelica Dainese

    Proff.ssa Nevia Pizzul Capello, insignita del “Bundesverdienstkreuz” dal Presidente della Repubblica Federale di Germania

    Richard von Weizsäcker, nonchè dell’alta onorificenza di Grande Ufficiale di I. Classe della Repubblica Federale di Germania, nel

    2001, dal Presidente Rau.

    Curatrice di Mostre d’Arte.

    Il mondo classicheggiante di Angelica Dainese

    Il trionfo della bellezza e dell’armonia è il topos intorno al quale si dipana l’opera di Angelica Dainese, in cui le immagini

    prendono forma in un gioco di luci e di ombre, calate in un’atmosfera romantica di grande pathos.

    Ricollegandosi istintivamente all’immaginario dei grandi interpreti del mondo classico che l’hanno preceduta a partire dal

    Classicismo seicentesco di un Guido Reni con la sua Dafne, dal Neoclassicismo di Ingres, vedi Edipo e la Sfinge del 1808, per

    giungere alla Danae di Gustav Klimt rappresentante della Secessione Viennese, l’artista firma i suoi quadri come

    fotografa-pittrice, e nel doppio ruolo che si fonde e si amalgama in lei in forza di una tecnica rigorosa, riscoprendo un mondo

    permeato di classicità e reinventando il mito.

    Dunque Angelica Dainese è una voce della Fine Art: fotografa e pittrice, titoli che vorremmo integrare riconoscendole i requisiti

    di scenografa, per il suo intervento creativo e fantasioso nella realizzazione dei set, allestiti con cura altamente professionale

    prima di ogni scatto. Il risultato è ampiamente recepito dagli esperti e dal più vasto pubblico. Un esito oltremodo positivo e

    dirompente che l’ha portata al top delle classifiche in concorsi internazionali.

    *******************************************************************************************************

    Recensione di "Arrogante Superficialità" a cura della Dott.ssa Isabella Fortunato, Copywriter e Critico d’Arte

    Un’enigmatica, lirica bellezza pervade le opere di Angelica Dainese, artista della fotografia o – come meglio lei si definisce –

    “creativa della fotografia”.

    I suoi scatti sono pure immagini senza tempo che sembrano restare sospese tra piani indistinti di sogno e realtà.

    Nelle sue composizioni c’è tutta la concreta fisicità dei corpi, della materia, del reale sorpresa in gesti, pose, rappresentazioni di

    onirica ispirazione e pittorica impostazione.

    La sua è una poetica del verisimile che si confonde tra gli estri di suggestioni influenzate da spinte romantiche, surreali e pop,

    che si drammatizza nell’evocazione del tormento interiore dell’artista, di universale condivisione.

    Ed è quel senso d’inadeguatezza che a volte si prova dinanzi gli stereotipati canoni sociali a condurre spesso la narrativa delle

    opere della Dainese, creando trame ed intrecci lirici ed emotivi.

    È il caso di “Arrogante superficialità” dove nella surreale realtà dell’immagine, i soggetti prendono emblematicamente posto

    nell’opera carichi di simboli che diventano metafora delle vacuità dell’apparenza e dei giudizi o pregiudizi.

    Quasi come una farsa dai toni grotteschi, enfatizzati dalle incidenze chiaroscurali della luce, la composizione vede al centro la

    figura di una donna con uno sguardo quasi altezzoso rivolto verso una bambola dalle fattezze anomale che tiene in mano ap-

    pesa per un filo rosso.

    Con noncuranza versa, con l’altra mano, il contenuto di una brocca dentro un catino da toilette, mentre il pavimento si ricopre

    di petali di rose appassite, poste su un tavolino.

    È la commedia (la stessa donna ricorda, nel volto truccato, le maschere della commedia dell’arte) della routine quotidiana che si

    compie ogni qual volta siamo costretti a lavar via il nostro vero essere per non essere giudicati dagli altri.

    È il dramma della sofferenza che si prova ogni giorno in questo gesto rituale, simbolicamente espressa nell’acqua color del san-

    gue, e che si ripete come fosse un lutto quotidiano, ricordato da ogni petalo di rosa appassita che finisce a terra.

    Ma è anche il teatro dell’assurdo retto dalla reciprocità delle apparenze e dall’inconsistenza delle vanità, che avviene in un

    improvviso scambio dei ruoli e dei punti di vista. Così anche chi sta dall’altro lato può vedere la “stranezza” di chi gli sta davanti,

    anche chi giudica può essere giudicato, appeso allo steso filo rosso della derisione e della pubblica vergogna.